di Don Backy

Amato italiano

Terzo capitolo sulla censura Rai, che fece

tanto bene ad una lingua molto bistrattata

Eravamo rimasti che - grazie all'attento controllo della censura Rai, grandi professionisti nascevano facendo proseliti alla loro altezza e - soprattutto - contribuivano ad una esatta e corretta diffusione della beneamata lingua italiana. Oggi - dicevamo - la censura Rai non c'è più, per cui - insieme a ottimi dischi di altrettanto ottimi professionisti, che correttamente sono capaci di auto/censurarsi - un ciarpame rutilante ha invaso le trasmissioni radiofoniche e televisive. L'avvento delle radio private poi - avendo necessità di programmazioni giornaliere 24h su 24h - ha dilatato la nascita di un sottobosco pieno di improvvisati autori/esecutori (i quali hanno prodotto canzoni anche nelle cantine di casa propria), contribuendo così a moltiplicare uno scombiccherato marasma musicale (senza parlare del sottoprodotto di sottocultura americana), nascondendolo dietro il dito di un finto quanto stucchevole e furbastro luogo comune del "trasgredire le regole è bello". E così, hanno proliferato diffusori di una subcultura dannosa e oltraggiosa, guastatori di menti non ancora fortificate dalla grammatica e dalla sintassi, i quali - con la scusa di quel falso modernismo - sproloquiano bellamente tra sdrucciole e piane usate casualmente, parolacce gratuite e volgarità di ogni genere (ve le risparmio, ma le avrete sentite), mescolando metriche di endecasillabi con altrettante di deca o di dodecasillabi e quindi costringendosi (senza accorgersene, dato che non ne hanno nozione), a porre sui vocaboli, accenti sbagliati (solè - marè - quandò....). Non parliamo poi delle rime imperfette, Cioè quando una vocale o una consonante della parola finale di una frase, non sono uguali; es: 'sole/amore' 'grammofono/tedoforo'), che sottolineano l'approssimazione e lo scarso senso di autocritica (indice di ignoranza in materia), da parte di improvvisati mestieranti. Questo - secondo me - non è indice di modernismo. No, è soltanto un'anarchia becera e ignorante, attraverso la quale nascondersi. Si possono usare concetti e linguaggi conformi ai tempi, rispettando nel frattempo i canoni imprescindibili ai quali attenersi per scrivere le canzoni. E chi non lo sa fare, andasse a vendere i lupini ai concerti di quelli in grado di farlo. Tutto sommato però, ritengo che questa nuova cultura, sia figlia di quel principio che recita: " Produci, produci.... Alla fine qualcosa resterà" . Ecco perché auspico il ritorno della censura (non solo in Rai, ma in tutte le radio) e sono convinto che a guadagnarne non sarebbero solo le nostre orecchie e il nostro rigetto verso questa enorme quantità di offerta, ma proprio e - soprattutto - il mercato.

 RadiocorriereTV   n° 34  21/8/01